Il terziario, i corpi intermedi e le sfide da affrontare




20.04.2018    0 commenti

I cambiamenti legati alla globalizzazione e alla crisi economica che abbiamo vissuto e che faticosamente ci stiamo mettendo alle spalle hanno lasciato segni indelebili, ma anche la recente indagine presentata da Uiltucs al Congresso a cui ho partecipato nei giorni scorsi a Venezia, ha messo in risalto la vivacità e la dinamicità del terziario, un settore che oggi in Italia prosegue nella sua crescita e che per che occupa il 73% dei lavoratori.

Nella ricerca si sottolineano le peculiarità del nostro sistema produttivo, fatto di micro, mini e piccole imprese che devono essere tenute in conto dai decisori pubblici, soprattutto quando sono chiamati a fare delle scelte in tema di lavoro e di economia.

Le nostre aziende del terziario stanno attraversando le onde del cambiamento affrontando delle sfide importanti su tutte quella dell’innovazione tecnologica che, non vuol dire solo e semplicemente dotarsi di nuovi strumenti all’avanguardia, ma necessita di un cambio di approccio e di visione nelle nostre imprese.

Innovazioni che in molti i casi hanno contribuito a rafforzare le tradizioni delle aziende nei settori del commercio, dei servizi e dei trasporti avviando con successo percorsi di rinnovamento.

La competitività delle imprese e del Paese però passa attraverso la diffusione dell’innovazione intesa in senso allargato, non solo quella collegata alla ricerca e agli investimenti in tecnologia.

Il piano Impresa 4.0, per esempio,  prevede una serie di misure per incentivare le imprese a investire su alcuni assets tecnologici. Si tratta di uno sforzo significativo ma che incide solo su una parte del sistema produttivo nazionale ed in particolar modo su una dimensione medio/grande di impresa, principalmente nel settore manifatturiero.

Come spesso abbiamo sottolineato, anche di recente negli incontri con i leader politici, per noi di Confcommercio è necessario ampliare la platea delle imprese coinvolte adottando una visione più ampia di innovazione, che includa le imprese commerciali e turistiche, più facilmente applicabile da imprese di minori dimensioni e decisamente in linea con le caratteristiche distintive universalmente riconosciute al nostro Paese.

In questa percorso la formazione assume un ruolo molto importante: sarà importante valorizzare il capitale umano capace di segnare quel cambio di passo necessario per affrontare il futuro.

La formazione scolastica e universitaria sarà sempre più essenziale e non possiamo più pensare di inquadrare i nostri giovani dentro percorsi rigidi tipici del modello classico del secolo passato, così come dobbiamo guardare con interesse a percorsi nuovi come quello dell’alternanza scuola lavoro: un’occasione per le imprese ma anche per i lavoratori di domani che, più di altri, dovranno essere in grado di rispondere alle sfide che all’interno delle imprese diventeranno via via più difficili.

E anche lavori che un tempo non richiedevano competenze tecnologiche oggi hanno bisogno di acquisire nuove abilità per poter rimanere competitivi sul mercato.

In questo scenario tutti dobbiamo investire per un mercato del lavoro più orientato alle politiche attive che a quelle passive, favorendo le persone ma anche le imprese, dove la contrattazione collettiva deve poter giocare un ruolo vero di “regolatore” condiviso tra gli attori e saper anticipare i bisogni di domani.

Come Confcommercio, ribadiamo pertanto la nostra contrarietà all’individuazione per legge di un salario minimo che viene adottata nei Paesi privi dei contratti collettivi nazionali.

In Italia la contrattazione collettiva nazionale definisce i salari in relazione agli andamenti economici dei singoli settori. La retribuzione contrattuale è un equilibrio che tiene conto quindi di tanti fattori, settore per settore, e che si muove per accordo tra le parti, non in automatico.

La nostra proposta è quindi di prendere a riferimento le retribuzioni stabilite dai contratti collettivi nazionali di categoria (anche per quei dipendenti che non dovessero risultare coperti), in linea con l’art. 36 della nostra Costituzione, facendo riferimento all’attività d’impresa, peraltro in coerenza con quanto già avviene per la definizione dei contributi previdenziali obbligatori.

Ciò sarebbe rafforzato dalla auspicata misurazione delle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente (non maggiormente) più rappresentative, che sottoscrivono contratti nazionali avendone titolo e legittimità.

In questa fase storica i corpi intermedi rivestono un ruolo ancora più importante all’interno della società italiana, spetterà anche a noi ripensare ai modelli di rappresentanza che hanno contraddistinto la nostra storia trovando nuovi modi per guidare le imprese e i lavoratori lungo questi percorsi di cambiamento.

Dovremo  avanzare proposte nuove che non necessariamente corrispondono ad una rinuncia alle nostre tradizionali lotte sindacali che da sempre fanno parte del nostro dna.

Abbiamo la responsabilità di contribuire alla costruzione dell’agenda politica del nostro Paese, in un tempo di confusione nella politica dove storiche categorie destra e sinistra si intrecciano e confondono noi siamo chiamati a rappresentare luoghi di ancoraggio di politiche chiare e credibili.

Un caro saluto,

Francesco Rivolta

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